SCATOLE DI CARTONE – ‘STI KAZZI di Emilio R. Krugman
Sti Kazzi e’ il suo secondo romanzo, il primo l’hanno letto in sette.
EMILIO KRUGMAN (1)
La zona industriale di Fontane e’ veramente un posto di merda.
Via dell’artigianato 19. Non avremmo potuto scegliere indirizzo peggiore per vivere ma questa casa e’ grande, costa poco, finestre immense ti mostrano dove finisce la pianura e, soprattutto, il bagno e’ dotato di vasca.
Mi sono svegliato male, malissimo. So di catarro e fumo tagliato con lucido da scarpe. Ma non me ne frega un cazzo, di niente, di nessuno. Anzi, non ce ne frega un cazzo di niente e di nessuno .Ci bastano le nostre cose: la birra fatta in casa con i lieviti e il guru Yoga di Pordenone alla Bestia, la maria che germoglia ogni due mesi e l’andamento del titolo Fastweb al Chino, Il sesso a laVani – che nome del cazzo laVani – e la ricerca dell’inquadratura giusta a Marcocolli.
Il resto l’abbiamo lasciato fuori, che non ne vale la pena.
Alla Kikka non e’ mai bastato niente e nessuno.
Voglio un caffe’ lunghissimo e brodoso. Tazze pulite non ne trovo, nel pentolino rosso una bustina di Earlgray galleggia dal tardo pomeriggio di ieri.
E’ lunedi’. In casa non c’é nessun’altro. Sono l’unico che non lavora, per qualche mese ancora me lo posso permettere.
E’ il 23 ottobre. Non cerchero’ un’occupazione prima della prossima estate. Sono stato impiegato costantemente per quasi dieci anni. Mi sono comportato da lavoratore indefesso, entusiasta, leale e etico – si anche etico – convinto che impegno e dedizione mi avrebbero sempre garantito un’adeguata ricompensa, una carriera in ascesa, un lauto stipendio e il rispetto da parte dei “boss” della “Company”.
Povero, illuso, coglione.
Sono stato trattato come tutti gli altri, un insignificante numero sul bilancio da depennare, un costo da tagliare, non una persona, una vita; eliminato senza alcuna pieta, cancellato con una mail formale, “ridondante collaboratore” da salutare in cinque minuti, giusto il tempo di una conference call di circostanza e di tanti ringraziamenti per il prezioso lavoro svolto e la dedizione dimostrata.
Ho riempito di ricordi una scatola di cartone e sono fuggito nel mio scarso metro e settanta dalla citta’ degli affari. Invece di aprire una trattoria sul porto di Kastellorizo, come sogno da sempre, ho portato la mia pancetta del benessere in vacanza nel paese dove sono cresciuto, nel Nordest del Nordest, a Fontane di Villorba, zona industriale, via dell’artigianato 19.
Mi sembra di essere tornato indietro di vent’anni quando, dopo aver superato brillantemente l’esame di terza media alla scuola statale del paese, sono stato iscritto al fighetto liceo vescovile della citta’. Ma non siamo piu’ nel 1989: Baggio e’ ingrassato di venti chili, Bugno pilota gli elicotteri e Arnaldo Forlani e’ morto. Io, invece, ho ancora un bel pezzo di vita davanti e nessun’idea di cosa fare da grande.
Fuori piove, poco. Ancora.
Potrei anche lavarli tutti questi piatti.
Dopo il caffe’.
Sciacquo il pentolino che rimane macchiato dell’alone del Te’. Prendo la tazza di Marcololli, quella rossonera del Milan che ogni volta che la alzi suona Milan,Milan,sempreconte.
L’acqua bolle.
Nescafe’ amaro, sempre troppo caldo.
Aspetto.
In casa sento solo silenzio.
Voglio aprire due finestre. Una e’ in cucina, alla sinistra del lavabo. Da’ sul piazzale dell’ingrosso cartoleria della Signoravisentin. Al momento ci sono quattro macchine parcheggiate: una vecchia punto verde bottiglia con il paraurti nero ammaccato, una golf turbodiesel argento e una Ka’ rossa, oltre alla audiA6 nera del figlio della Signoravisentin, un coglione.
Legata al palo della luce si arrugginisce la bici della Kikka: l’ha rubata, dipinta e decorata di tulipani con l’aiuto del suo Chino in uno dei momenti di pace tra una burrasca e l’altra.
La apro ’sta finestra, gli infissi sono rossi.
Nevica! Neviiicaaa!!! Mi piacerebbe gridare nevica! e uscire a piedi scalzi sul balcone a raccogliere lo strato di neve che si e’ appoggiato sulla ringhiera. Assaggiarla e scoprire che sa di plastica, che mangiare quella neve e’ come leccare lo strato rosso di poliuretano che ricopre il ballatoio; ammirare Via dell’Artigianato imbiancata e due bimbi cinesi uscire furtivi dal magazzino sulla rotonda per vedere la prima neve della loro vita. Ma ci sono 19 gradi ed e’ molto difficile che questa pioggerella-senza-senso diventi neve e la pioggierella-senza-senso non fa uscire i bimbi cinesi dai loro laboratori al neon perche’ l’hanno gia’ vista, come la nebbia. Sabato era un banco impenetrabile. Da questa finestra si vedeva al massimo fino al secondo lampione, quello prima della “Neworld, insegne luminose”.
La luce arancione dei fari si spegneva prima di toccare terra ingoiata da milioni di gocce di umidita’. Sono rimasto qui fuori fino a che non mi sono praticamente addormentanto, sabato notte. Ho fumato una sigaretta dopo l’altra, seduto sul terrazzino.
9 marlborolait in due ore.
Guardavo la nebbia e stavo bene.
La annusavo, la respiravo, la mangiavo.
Sono arrivato a casa per primo, alle 3 e 22, pieno di Havanini da digerire, rutti che diventavano quasi rigurgiti e si spegnevano in un modesto conato di vomito.
Marlborolite dopo Malborolite, i flati - termine che thesaurus mi da’ come sinonimo di rutti – sono diventati vigorosi e sonanti; rieccheggiavano nel nulla dei capannoni e mi sentivo meglio. Man mano che l’alcol si dimenticava di me, il mondo diventava piu’ sopportabile, meno complicato, meno stronzo.
Sono passate una trentina di ore, da quei rutti.
Ho finito il Nescafe’, gli ultimi sorsi al solito freddi e ripugnanti ma devo arrivare in fondo, sempre.
Attraverso il salone delle feste per andare ad apire uno dei cinque finestroni che compongo la parete di fronte.
I campi di radicchio coperti dalla plastica nera si fondono con le lamiere dei capannoni decrepiti. Questa e’ una zona industriale vecchia, a Milano la chiamerebbero vintage.
E’ una di quelle nate a fine anni ‘70, inzio ‘80.
Il Nord Est non era ancora miracolo ma si inziavano a far gli schei . I comuni pagavano luce e acqua se tra i campi mettevi su una ditta. Per noi, che andavamo a dottrina da Don Gino, questo reticolo di nuove vie sorte in mezzo al niente dei campi, troppo lontane dalla sagrestia per le nostre bmx, rappresentavano un eldorado irragiungibile. Gioielli preziosi giacevano nascosti in anonimi parallelepidedi di cemeneto. I ragazzi grandi, quelli che giravano in due sul Ciao blu metalizzato e si spingevano fino ai capannoni, ci raccontavano di luoghi magici come l’ingrosso dei giocattoli Gig, quelli che si potevano vincere in televisione rispondendo al quiz sull’Uomotigre, o lo spaccio della Pop84 dove ti potevi perdere tra file interminabili di giacche jeans col pelo. All’ombra del campanile della chiesa nuova, aspettavamo di compiere quattordici anni per poter guidare il motorino fino a Via dell’industria, Strada dei Mestieri, Via dell’artigianato.
Driiiiiin driiiiiiiiiin
Suona il telefono fisso, ce l’abbiamo da sei giorni, da quando il Chino si e’ fatto installare Tiscali. Non so il nostro numero e nemmeno dove sia l’apparecchio telefonico, suppongo in camera sua, la sola che si apre a sinistra del corridoio, l’unica con il balconcino vista ingrosso della Signoravisentin.
Ogni tanto suona, molto spesso il Chino non ce’. Se non sta correndo per quello che resta dei campi, e’ in piccionaia a coltivare la sua SuperSkank. Potrei anche andare a rispondere, e’ una vita che non entro in camera sua.
Attraverso il salone delle feste e ammiro con orgoglio le due mega casse che abbiamo comprato di seconda mano da un karaoke che ha chiuso a Postioma, un locale storico, La Bestia ci ha vinto una coppa del venerdi’ nel ‘93 con la sua performance di “sai come vedi, io sto ancora in piedi, come se questo tempo non fosse passato maiiii…”
Nell’angolo divani la puzza di mozzicone e’ insopportabile.
Il portacenere giallo trabocca di Diana-blu e filtrini.
Va svuotato.
Il telefono smette di suonare mentre apro la porta della camera.
Non lo vedo. Sara’ sotto qualche vestito o nascosto tra il materasso e il piumone, quel terone del Chino su al Nord dorme con il piumone almeno dieci mesi all’anno.
Il caos e’ totale, ne e’ escluso un tavolino tipo scuola primaria, anzi e’ proprio un banco della vecchia scuola elementare di Villorba, con il buco per il calamaio e il bordo di plastica nera. Sul tavolo brilla un nuovissimo portatile argentato Vaio Sony.
L’ha comprato la scorsa settimana, lo stesso giorno in cui non ha saldato le sue spese condominiali perche’ aveva problemi di liquidita’. Stronzo.
Il telefono ha smesso di suonare, camera mia e’ cosi’ vicina che non resisto: entro tra le pareti colorate che ho dipinto usando i rulli dello zio, mi tuffo su accondiscendenti lenzuala svedesi a bolli gialli e blu, tolgo gli occhiali, guardo in alto il soffitto sfuocato.
Metto la testa sotto al cuscino.
Chiudo gli occhi e mi abbandono ai sogni del pomeriggio.

Il vecchio cinema parocchiale - poi palestra - di Fontane. fotoEK

Il vecchio cinema parocchiale - poi palestra - di Fontane. fotoEK
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7 risposte finora ↓
steffi // Marzo 11, 2009 a 8:46 am
ce la puoi fare…
... // Luglio 6, 2009 a 5:14 am
ho letto di peggio…
me lo mandi?
RDQ // Agosto 14, 2009 a 1:36 pm
mandi? grazie
bridget // Agosto 14, 2009 a 10:18 pm
lo voglio!
diariominimo // Agosto 19, 2009 a 9:03 pm
ve lo mando pin up ma dopo aver completato la terza riscrittura. ek
michela // Agosto 20, 2009 a 10:57 am
mi manca il tuo libro…… come stanno la kikka marcololli ecc……. ????? ne vorrei una copia autografata grazie
Godinside // Agosto 21, 2009 a 1:14 pm
L’incipit sembra interessante: sopratutto vorrei saperne di più della Bestia…
Comunque l’ho già scippato dalla chiavetta, alla faccia del copyright!