DOVE ERAVAMO RIMASTI, EMILIO?

Dove eravamo rimasti, Emilio?
Cosa ti riporta, quattri anni dopo, da queste parti?

Il bisogno di scrivere quello che vivo, per non perderlo.
La necessita’ di fissare certi momenti,  pensieri alcolici e quei momenti in cui viaggi in alto prima di cedere passo al sonno, l’immagine prima dei due scambi da fondo campo che mi aiutano a passare dall’altra parte.

Senza filtri, senza editor, senza fine alcuno.

Scrivere per non dimenticare.

Non sono piu’ un trent’enne alla ricerca di un senso,
Siamo una famiglia, ed e’ gia’ tanto.
Siamo in 4, bumbum si e’ aggiunto alla piccola K da quasi tre anni.

Ci rivediamo qui.
Ma non ditelo in giro

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COSA VUOI FARE DA GRANDE?

Ehi piccola K. cosa vuoi fare da grande?
“La mamma, la Babba Natale, la Befana, la ballerina, gli spettacoli, il signore del sumercato, anzi la signora del sumercato.”
E tu mamma Signora K?
“Non lo so”
PiccolaK: “Eh no, tu sei già grande, non puoi cambiare, devi fare continuare a fare la mamma.”

OCEAN ATLANTIQUE

OCEAN ATLANTIQUE

Allungo le gambe fino alla parete divisioria che mi separa dalla business class, e solo adesso, a 38 anni, mi rendo conto di quanto siano corte.
Vengo respinto per la terza volta, in meno di un’ora, da una arcigna assistente di volo tenacemente impegnata nell’impedire che i passeggeri della classe economica, puranche premium, usino la ritirata della business.
Caracollo fino ai cessi dell’economica, cercando di non incrociare gli occhi di quell collega francese che non ho proprio voglia di salutare…
“Carissimoooooo…”
Ritorno stordito al mio posto, 11A.
Mi sento moralmente obbligato a mangiare tutto il cibo che trovo sul vassoio, incluso un molleau di cioccolato che mi stomaca gia’ al primo morso, ma io vado in fondo, sempre.
Chiudo gli occhi e forse sogno, vago tra i capelli scompigliati della piccola K. e gli occhi furbi di sua madre mentre l’airbus fa una sosta in una aerostazione nuova di zecca, sospesa sopra la stratosfera, tra i due oceani, per una sosta pipi’ all’autogrill, che ne ha ottenuto la concessione per 25 anni.
Mi sveglio.
Indosso la mascherina, mi tolgo la mascherina, leggo due pagine scritte bene da Giordano, cambio canale della filodiffusione francese, un’anima in pena.
“Tu quanti anni mi dai…”
Mi fermo
Canale 6
“Chi sta soffrendo piu’ di me…”
La so:
“Al mondo siamo io e te…”
Umberto Tozzi, quando mancano tremila chilometri a destinazione, mi provoca un impeto improvviso e irrefrenabile di felicita’.
Vorrei chiamare Tuzu:
Sono con lui, in una Multipla, fuori il cielo e’ grigio.
Siamo in un autostrada svizzera, sopra un viadotto.
Guida Toni, dietro c’e’ il Pariolino di Porta Romana, il nano di riccione il bote, che ci sta raccontando il ruo romanzo criminale e forse il gigio.
Siamo stretti, dietro.
Ci lamentiamo della musica.
Siamo felici, veramente.
Tuzu ci regala Umberto Tozzi, possiede la discografia completa.
Io vorrei gli 8e3, “con un deca, non si puo’ andar via”.
Siamo diretti verso Parigi ad ammirare l’ennesima batosta degli azzurri allenati da uno grosso dell’emisfero sud, che crede ancora di poterci trasformare in potenti trequarti Maori.
Solo i francesi sanno allenare le nostre nazionali di rugby, con amore e disprezzo, e poi ci abbandonano mentre Bovolone da fuoco a una fundu’ burgugnon e all’intera brasserie sulla piazza di Sant’Etienne.
Mai contraddire una seconda linea di Mogliano.
La meta, come sempre, non e’ importante.
E’ il viaggio che conta:,
il caffe macchiato male dell’autogrill svizerro, la baguette di plastic e il Gigio che deve per forza non pagare qualcosa, e’ un suo obbligo morare, Abbastanza che ci porta sulla spiaggia di Riccione a inseguire nel cielo buio di novembre una strip teaser rumena, il pariolino che mi capisce perche’ sa che la vita e’ tutto un recuperare, mettere a disposizione e consolare il pilone destro.
E’ una vigna di champagne in cui non c’entriamo niente, e nessuno che sappia per davvero cosa sia successo a Verdun.
Umberto tozzi, un cd con la sua chioma rossa,
insieme a quello di Vasco, perche’ bisognava averlo per forza nel 1991 in terza liceo.
E’ una cinquecento nuova che passa per Ponzano a recuperare Zanier per andare a fare due ore di macchina di mischia sotto al diluvio, con Titta che ci guarda dall’alto con un certo disprezzo, e ha ragione.
Stiamo attraversando un turbolenza,
Ho bisogno di scriverlo.

FUGA ROMANTICA IN SALA GESSI

Sono le ore piu’ romantiche della nostra vacanza.
Ci nascondiamo – come amanti clandestini – da deliri familiari, caldo soffocante, code al panificio, tuttosport, braccioli, spritz, castelli di sabbia, venti vasche con gli occhialetti da picina, la coda per la playstation, tette nuove abbronzate, e asciugamani bianchi che ti marchiano a vita.

In fondo, nella sala d’aspetto deserta di fronte a radiologia 2, su sedie di plastica rossa attaccate in fila.

Lontano, dalle proteste rumorose dei brianzoli in vacanza con il borsello a tracolla, dalla vecchia con l’alzaimer che scambia una turista polacca per sua mamma, dallo sguardo preoccupato di una giovane morosa con in mano il casco sbertucciato ed una scarpa all-star del fidanzatino – che ci passa davanti in barella – dalla veneta gentile  che vorrebbe ammazzarli tutti i negri ubriachi che si fanno ingessare gratis.

Fuori un tratto di spiaggia deserta come qui non ne esistono piu’: neanche una fila di ombrelloni e lettini gialli stinti,  vecchie panzute col costume intero leopardato e giovini adolescenti con le mutande marchiate uomo sotto ai boxer a righe.

La spiaggia deserta di fronte all’ospedale sul mare – che suona molto giallo mondadori – funziona da centro di smistamento per la merce dei venditori senegalesi: occhiali da sole fosforescenti, borse francesi e braccialetti porta fortuna.

Dentro un medico fa bu-bu-settete ad una neonata che beve cocacola, al pronto soccorso cercano un interprete per un Tedesco con un oggetto estraneo nella cavita’ nasale.

Le do un bacio sulla guancia, come va? abbastanza bene ma sono scomoda

Finisco in piedi un romanzo che mi lascia qualcosa, la K. scrive un messaggio dal suo vecchio nokia senza copertura con la foto di un teletubby sul display

“Signora Krugman, Signora Krugman,”

ci chiamano dalla sala gessi,

“dai appoggiati, ti do una mano.”

DOVE DIAVOLO SEI FINITO, KRUGMAN?

Dove sei finito, Krugman?

Sto cercando un lieto finale, non lo trovo.

Leggo sempre piu’ spesso la pagina dei necrologi, e mi commuovo.

Un uomo nero ride in una fiesta bordeoux con fiocco rosa sull’antennna, i finestrini abbassati a far entrare il vento caldo delle quattro corsie quando manca meno d’un chilometro a Grumello Telgate.

Un cameriere degli anni Venti, la bianca mano che trema in un liso guanto, mi serve melone e culatello in una sala privata, condizionata e riservata appollaiata sul ricordo di un industria.  

Il mio sguardo si perde fuori, tra le file di case popolari stinte che arrivano fino al fiume, mentre dentro si bisbiglia la fine del mondo

Mi sentro a casa nelle sale d’aspetto degli aeroporti,  m’affeziono al chiosco di centrifughe allo zenzero al gate 57 del terminal 1 di Bruxelles

Niente mi butta giu’ come gli addii al celibato: cinque magliette uguali in coda sul carro bestiame volante e un’euforia – tanto finta quanto chiassosa – per Simone chi si sposa a Seregno con Manola; sei cerchietti rosa col pelo intenti a mangiare paellia congelata – made in Marocco –  in un bar per turisti polacchi alla Plaza de Sant Ana, alle 12 e 19.

A Madrid vogliono comprare  il mio oro, con insistenza.

Alla commissione Europea e’ chiaro sin dal caffe’ macchiato che siamo vicini al baratro: un commissario romano non riesce a leggere in inglese un comunicato redatto in concerto con un collega olandese e attira l’ilarita’ di reporter svedesi e addetti stampa cockney.

A Montecarlo, intanto, se ne fottono.

Mare auzzurro, paesaggio devastato, puttane e Ferrari.

Meeting a porte chiuse in buie conference room di hotel condizionati per discutere di licenziamenti, ristrutturazioni, fabbriche da chiudere. Nessuna luce in fondo al tunnel del Faremont.

Diluvio sul sagrato delle colonne di San Lorenzo mentre scende la notte.

Ce la godiamo tutta,  bariamo spudoratamente per battere un gruppo di rugbisti adolescenti.

Pedalo senza freni nel silenzio accogliente della circonvalla

Una medusa di Noli mi ricorda 308 rate residue fino al 2038,

Rispunta il re del bungabunga,

Finalmente un segnale di speranza.
Old good times are back!

OH OH I got plenty of time….

“Il problema è che passiamo troppo velocemente dall’età in cui
diciamo “farò così” a quella in cui diremo “è andata così”.”  
                                                             
– Cheyenne                                                     
da This must be the place

drio fontane

IL SOLE TRAMONTA DIETRO AL PALAZZO DELLA SVIZZERA

Si sfidano sul ghiaino, accanto all’asilo.

Alti, muscolosi, nerissimi, con le divise rosse sponsorizzate dalla Autofficina Mario di Carate Brianza. Le minuscule porte segnate con due pietre piu’ grosse. Entrate a gamba tesa,  un paio di feriti per terra. Nessuna simulazione in area di rigore, bordate da una parte all’altra del campo con confini indefiniti.

Cross sbagliato , il pallone bianco di cuoio parte lontano, sfiora lo scivolo, supera le altalene dei grandi e finisce dall’altra parte della collinetta, dove stazionano dozzine di giovani latinos.

I sudamericani hanno immensi cappelli col la visiera rigida e scarpe da ginnastica oversize, fumacchiano e ridacchiano per attirare l’attenzione delle le ragazze del gruppo:  culo basso, due passi di danza kuduro in strtti jeans a vita bassa. Un calcetto sgraziato al pallone con il tipico sdegno femminile per la materia.

Noi stiamo nel mezzo: belle bimbe bionde fikette dei palazzi vicini, tate filippine che acoltano  l’ultima hit di Tiziano Ferro, una coppia di zii gay impressionati a gran voce dalle acrobazie del nipotino Zeno, un mini palo di lap dance per le giovani veline, la piccola K. che si tuffa nel vuoto sicura della presa paterna.
Il sole tramonta dietro al palazzo della Svizzera.
Ci preperiamo maldestramente a salpare sulla bici verso casa.
Si avvicina una bimba con gli occhi azzurri tallonata da quattro o cinque pesti.
“Ma tu sei una donna o un uomo?”
K: “Beh, sono un uomo con una componente femminile molto sviluppata…”
“Un uomo o una donna dunque?”
K: “No, scherzavo. Sono un uomo.”
“E allora perche’ hai la voce di una donna? Perche’ parli come una femmina?”

Mi allontano, tentando di non rispondere alla provocazioni di questa piccolo stronzetta.

“Lascialo perdere,” interviene un amico della biondina.  “Non vedi che e’ solo un povero vecchio pazzo….”

Imbocco la discesa, saluto il nano senza testa accanto al trenino e mi godo i 72 metri di pista ciclabile lasciati in eredita’ dalla sciura del comune.