Sti Kazzi. il romanzo di E.Krugman


Continua….

EMILIO (7) Il giorno che mi hanno licenziato sono arrivato a casa in Taxi. Non era un giorno di mercato, via uberti non era invasa da vecchiette ingiallite incatsate nelle proprie borse scozzesi con le ruote di plastica nera.Non c’erano 10 carciofi a 4 euro ne’ i dvd e le sigarette di contrabbando.

C’era silenzio, a Milano, alle 11 del mattino.

Ho pagato la corsa del taxi con il blocchetto della societa’ che tenevo sempre nella tasca del cappotto.

Mi rimanevano altri 7 tagliandi.Li ho strappati  e buttati nel cestino verde dell’amsa.

Sono entrato nella fikettissima pasticceria sotto casa, insolitmanete vuota.

“Buongiorno dottore…Bentornato dottore…Cosa prende dottore…”

Ero un abitue’.

“Un marocchino con una spruzzatina di cacao, grazie”

Ho bevuto con calma, ho pagato con calma e sono uscito lentamente per strada.

Di solito ci entro con le monete gia’ in mano…

Ho fumato lentamente una sigaretta, trasgredendo al precetto “maifumareprimadipranzo” e sono entrato in casa.

“Ah oggi si cazzegga dottor Krugman…gia’ a casa alle undici del mattino…bella vita nella finanza eh….”

E’ il portiere.

Riesce sempre ad essere fuoriluogo.

Non rispondo.Salgo, lentamente, i tre piani di scale che mi portano all’amata dimora.

Entro in casa e inizio a spogliarmi.

Tolgo le scarpe Gucci nere (regalate per natale dalla Gucci stessa) e le metto nel forno.

Tolgo i calzini gallo a righe rosse, blu e gialle.

Li annuso e li metto nel forno.

Mi tolgo la cravatta rossa di seta di Christian Dior, comprata a Parigi nel mio primo viaggio in vista della fusione – 179 euro – ed inizio a tagliarla con la forbice verde, comprata all’esselunga due settimane fa.

Si taglia con facilita’, piccoli pezzettini di prezioso tessuto finiscono sulle piastrelle bianche – scheggiate – sotto al forno.

Li raccolgo e li metto nel forno.

Mi tolgo l’abito gesssato nero blu a righe sottili grigie, emporio armani, e lo infilo, intero, nel forno.

Il forno inizia a essere completo,soprattutto dopo che ci infilo i pantaloni e la camicia fatta su misura in via anfossi 12, ovviamente bianca – la camicia.A questo punto accendo, come sempre con estrema difficolta’, il forno a gas.Lo chiudo e osservo dal vetro annerito.

La camicia prende per prima, la cravatta scompare nelle fiamme, le scarpe emanano un fumo acre.

Metto il forno al minimo e apro il frigo.

Trovo un’ottima mezza bottiglia di zibibbo che tracanno a canna, gelata, mentre ungo le mani in un vasetto di olive taggiasche.

Poi accendo una seconda sigaretta e spegno il forno.

Il fumo invade tutta la cucina, la puzza e’ tremenda.

Apro la finestra della cucina. Mi butto sul divano e mi addormento.

Il giorno che mi hanno licenziato ho dormito tutto il pomeriggio e mi sono risvegliato che era gia’ buio.

Quando ho aperto gli occhi ho visto una bottiglia di zibibbo vuota sul tavolino nero, un portaceneri con tre mozziconi e un paio di fazzoletti scottex rigrinziti.

Quando ho aperto gli occhi ho pensato merda ho dormito tutto il giorno, con tutto quello che ho da fare in ufficio, che devo presentare il nuovo business plan della divisione e parlare coin hr per la maternita’ della Lina e sistemare i due galletti giovini che stanno facendo un gioco sporco di merda.

E quando ho aperto gli occhi ho pensato che mica e’ vita quella di fronte alla luce al neon e ai quattro schermi e alle tende grigie abbassatte con qualsiasi tempo e qualsiasi stagione senza mai sapere che cazzo di tempo c’e fuori …

Poi, con gli occhi aperti che guardavano fuori, nel buio dei lampioni e dei terrazzini, mi sono ricordato che non dovevo tornarci piu’ in quella luce al neon…e mi sono sentito liberato ma vuoto.

Un alito di merda, un malditesta latente e un catso di telefono che vibrava ogni due minuti. 7 chiamate senza rispota, 5 messaggi.

‘Sti Kazzi, nessuna intenzione di sapere chi mi cerca.

Il giorno che mi hanno licenziato sono entrato in cucina, faceva un freddo cane. Nel forno i resti della mia fighettaggine finanziaria.

Ho bevuto e bevuto ancora acqua leggermente frizzante.Poi mi sono messo i pantaloncini neri della decathlon e una maglietta di vent’anni fa con la faccia di Benetton candidato nel PRI.

Ho indossato le scarpette da palestra e sono uscito.

Ho iniziato a correre, corso indipendanza tracimava di macchine e di pulmann arancioni numero 61,corso monforte ingabbiava anche gli scootere e le biciclette.

Io passavo, di corsa, tra la strada e il marciapiede,il marciapiede e la strada, rischiando di essere travolto da chiunque: macchine, motorini e pure un paio di ciclisti.Poi sono arrivato a san babila.

Ho iniziato a correre su corso vittorio emanuele, splendidamente quasi deserto sotto a una pioggia fine che luccicava sui lastroni del pavimento.

La madunina in alto, ho sorpassato senza prestargli neanche uno sguardo le finestre del mio ex ufficio,ho continuato a correre,fino ai piccioni del duomo, alla bancarelle di via dante, alla rotonda prima del castello,ho corso dentro il castello, ho corso fino all’Arena e li non ero solo a correre, ho attraversato il parco, sono arrivato alla triennale, ah la triennale, ah la triennale.

Sono entrato di corsa come un pazzo, nessuna guardia giurata a fermarmi,ho corso fino al bar, fino al bancone. E mi sono fermato di fronte a un ragazzino con la camicia e la cravatta nera …

Ero ansimante, sudavo.

Mi sono asciugato con un paio di tovaglioli.

“prego…”

“vorrei un bianco? Avete lo Zibibbo…?”

Ne ho bevuto tre bicchieri freschi, come se fosse gatorade.

E poi sono tornato lentamente verso casa.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...