‘Sti Cazzi


Diario Minimo continua a pubblicare a puntate il romanzo ‘Sti Cazzi, vincitore del Premio Streghetta 2009 del nobel della blogletteratura 2037 Emilio Krugman.

Pagine 99-100

Io pedalo anche per lavoro.

Vado in bici dal mio amico Masuz e gli porto un po’
della mia erba speciale in cambio di qualche grammo del suo fumo migliore, per puro consumo personale e solo per i clienti piu’ affezzionati.

In realta’ faccio beneficenza, praticamente regalo il mio ibrido di superskunk in cambio di roba tagliata con la parafina.

Masuz mi racconta le sue storie, mi mostra e rimostra la foto sbiadita di sua moglie, mi chiede soldi e un lavoro, finto, per ottenere ilp ermesso di soggiorno.

Abita dietro al nuovo Tribunale, in una fabbrica abbandonata accanto ai binari. La chiamano ”la fabbrica dei clandestini”, e’ il primo posto dove si nascondo gli immigrati che arrivano a treviso col treno.

Dalla stazione e’ vicino e la polizia non ci viene quasi mai.

Basta seguire i binari fino alla vecchia stazione abbandonata di Porta Santi Quaranta, quella che ti fa tornare indietro di almeno cinquant’anni, che ti ricorda come questa citta’ non sia sempre stata un covo di ragazzine truccate da cinquantenni, cinquantenni truccate da ragazzine mentre i mariti, che ga fatto i sghei, pensano come far vedere quanti ne anno.

Ancora non capisco come possa essere finito qui. Va beh che Milano e’ una merda ma almeno li si respira la vita vera. Per Amore? Non lo so, sinceramente non credo di essermi trasferito qui per la Kikka. Non so neanche se sia mai stato veramente innamorato di lei. Troppo viziata, troppo finta ribelle, troppo costruita. Lo so sembra mostruoso parlarne cosi’ invece di preoccuparmi della sua fuga. Scomparsa? Mah, credo piu’ alla fuga. E’ sparita. In fondo mi ha praticamente imitato. Io sono scappato dalla Terronia soffocanta e Milano e da Milano troia al nord est. Lei e’ scappata da tutti per farsi vedere da me. Aspetta solo che me ne vada io per tornare ma non credo le daro’ questa soddisfazione.

Pedalo.

Ho attraversato la strada Ovest all’altezza delle vetrine illuminate con i divani di pelle bianca.

Accellero in viale Luzzati. Non voglio entrare dal buco nella rugine della rete col buio, anche se ormami mi conoscono tutti.

Il momento critico e’ sempre il passaggio sul PUT! Questo anello di traffico che circonda di smog il pulito e fiorito centro della citta’. In bici si rischia la vita.

Sfreccio davanti al rilevatore di velocita’ sperando di superare il limite consentito. Non ci riesco mai.

Giro a destra di fronte alle ville sul sile per raggiungere la fabbrica dei clandestini. Il cancello lo trovi di fronte alla caffeteria “Bella Marca”, e’ gestita da una simpatica famiglia di Cinesi del Guand Dong. Ivan, il figlio grande, gioca a Rugby nella squadra che allena il Bestini. Hong detta Vanna, la mamma, fa ogni giorno le seppiette in umido e le sarde in saor. Dice che la ricetta l’ha imparata da Ahmid, un egiziano che fa l’aiuto cuoco alle beccherie e abita al piano di sopra.

Sull’asfalto leggo una nuova scritta di bravi ragazzi di Forza Nuova

“Italia agli italiani. Basta Immgrazione” e poi “Dux vive” che ci sta sempre bene.

 

E’ praticamente buio e devo ammettere che non mi sento proprio a mio agio a spostare questa grata arrugginita di cancelli.

Piove di nuovo.

Un sentierino fangoso tra i rovi porta allo spiazzo di quella che e’ stata una delle prime fabbriche della citta’ . E’ abbandonata da decenni. Un cartello all’ingresso spiega che qui verra’ costruita la citta’ dei mestieri padani, un parco tematico in citta’ all’insegna del recupero delle tradizioni. La ditta che ha vinto l’appalto e’ fallita da due anni, il proprietario e’ il fratello della moglie dell’assessore all’urbanistica.

“La fabbrica dei clandestini” e’ stata per anni il ritrovo di tutti i tossici trevigiani poi negli anni novanta sono arrivati prima i magrebini ed, infine, gli uomini neri.

Di solito si fermano qui poche settimane ma c’e’ chi si e’ trasferito in pianta stabile. Alcuni hanno anche un lavoro regolare ed i bimbi a scuola ma non possono permettersi gli affitti della citta’.

Masuz e’ una via di mezzo, rimane qui per convenienza.

Solo una volta ha pensato di andarsene, quando la fiaccolata anti immgrazione della Lega ha superato il cancello e raggiunto le prime baracche.

Una ha preso fuoco. E’ morto il gattino di Yamila, una piccola egiziana che ha il papa’ fa il carrozziere.

Sono nel piazzale, metto l’erba nella tasca davanti sinistra e cinquanta euro in quella davanti destra accanto al telefoo. Non si sa mai.

Entro nel capanno illuminato a sprazzi da lampade ad oilo da campeggio

Nell’angolo di Masuz – tre vecchi materassi impilati come letto, una polrona verde sfondata ed una cucina economica – la puzza di piscio non ti fa respirare.

“Scusa Chino amico, uno stronso fattone ha appena pisciato dappertutto perche’ non avevo bamba buona secondo lui. Pezzo di merdda.”

Ho appena preparato del The.”

“Masuz, ma fa sempre piu’ schifo qui…perche’ non sistemi un po’?”

Il pavimento e’ zozzo, agli angoli dello stanzone ricordi di siringhe, cuscini, foglie secche e una copia di “Cronache trevigiane del novembre 2002”.

Mi guardo attorno e penso alla Torre Velasca, all’ufficio illuminato ventiquattr’ore al giorno, a quando giravo lo sguardo dal desk e cercavo la madunina tra i palazzi del centro.

Penso al cestino svuotato con i guanti ogni mezz’ora da un uomo piu’ vecchio di me di almeno trent’anni, alle lamentele delle mie colleghe perche’ in cucina scarseggiavano le bustina di tisane rilassanti biologiche e quelle di zuccherro di canna.

Penso alle mie cravatte strette e alle camicie di kalvin klein buttate dopo sei mesi e, intanto, Masuz mi passa una tazza bollente di The troppo dolce.

Eppure sono lo stesso, sono sempre io.  Non mi sento peggio a vendere Marja di quando spacciavo obbligazioni convertibili e derivati incomprensibili.

Si, si, le pasticche sono una porcata, ma non e’ il mio core business.

Sono un coltivatore biologico di ottima erba. Mi da’ grandi soddisfazioni.

 

E’ cominciata cosi’. Non pensavo di mettermi a fare il produttore. Poi gli affari sono esplosi ed e’ diventato un vero lavoro.

“Questo mio cugino Ramas”

“Ciao vecio”

Mi dice il cugino con evidente accento della sinistra Piave.

“Sta a San Polo, in appartamento” precisa Masuz.

“E’ sposato con una ragazza italiana. Due bimbe stupende”

“E lavoro… non come sto disgrasia de me cusin…” mi spiega Ramas mentre sorseggiamo sto The dolciastro.

 

 

 

 

 

 

 

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Una risposta a “‘Sti Cazzi

  1. cara danielatalianafastwebnet it pervavore ediventato molto stupito miopapa emilio acuke problema dipastilie henonva apresopastlie sbaliate pero abarte cuello pero ivan patrignani stabene latuamammaeiltupapa comestanno amelia fabene ok ciao ip daniela fastwebnet it

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