DALL’UNO AL TRE, ITALIA ALL BLACKS


DALL’UNO AL TRE, SAN SIRO SCOPRE IL RUGBY

Piazzale Lotto – Parto dubbioso, critico e schizzinoso. Ottantamila a San Siro mi fanno piu’ paura che piacere. Sono preoccupato, ho da anni il timore che stiano cercando di rubare l’anima al nostro sport per farne un surrogato politically correct del calcio, uno spettacolo di massa a uso delle tv e delle mutande di Dolce e Gabbana.

L’assenza per protesta dal Meazza dell’eminenza grigia del rugby meneghino, Toni, e del piu’ grande talendo della palla ovale bresciana, Duke, non fanno che aumentare i miei dubbi. Ma sono stufo di criticare un film senza prima vederlo, e allora mi presento alla metropolitana rossa con una maglia sgualcita col numero 2 nascosta nella giacca e lo spirito dei giorni migliori. La bandiera tricolore delle trasferte da Six Nations la lascio a casa, non sono pronto a condividerla con i neofiti.

Esco dalla metropolitana di fronte a una immensa M del McDonald e prendo paura. Un fiume in piena, manco fossimo a Intermilan, cammina verso lo stadio. Bagarini che comprano, bagarini che vendono, sciarpe commemorative orribili – ne compro una – magliette anche peggio. Pero’ i miei ragazzi ci sono tutti, sparpagliati tra un piadinaro e un salcicciaro – panino con salamella e peperoni da tre stelle michelin – sono gia’ al terzo giro di birre e alla quarta ombra di rosso.

Sotto al cielo grigio come solo a Milano riusciamo a farlo, un mare di persone innonda i tre anelli. Riconosco panze gia’ viste a Dublino, giubotti gia’ conosciuti a Edimburgo, travestimenti di successo di Cardiff. Attorno decine di migliaia di neofiti silenziosi e titubanti.

Entro al Meazza e credo di essere a Murrayfield, la sensazione e’ quella. Un misto tra tempio del rugby e festa dell’Unita’ milanese. W Bersani, Caro Leader merda, intono fiducioso. Nessuno mi segue.

Mi guardo attorno, non c’e’ un posto libero. Lo speaker pero’ e’ insopportabile, annuncia i vip presenti manco fossimo a Ok il prezzo e’ giusto, fingo di non capire la lingua e di non conoscere Elenoire Casalegno e Francesco Baccini.

Haka, e sono brividi e flash. Un terzo dei presenti potrebbe anche andarsene a quel punto, era venuto solo per la danza Maori.

Inni, pelle d’oca, anche se Dallan che canta in smoking fa morir dal ridere.

Poi e’ partita, vera. Gli All blacks hanno mandato le loro controfigure, c’e’ chi sostiene che l’haka sia stata fatta in playback, chi li vede morbidi nei placcaggi per assecondare lo sponsor italico.

Parisse vuole strafare ma da’ comunque l’impressione di essere il piu’ forte dei 30 in campo. Abbiamo un’apertura australiana ben pettinata con i tacchetti sbagliati. I neri aspettano, fanno il compitino. L’arbitro e’ scadente ma ce ne accorgiamo veramente in pochi. Solite cazzate azzurre, non piazzamo un calcio da mettere dentro. Loro non ne sbagliano uno.

Temo il crollo della ripresa e invece no. Lo stadio spinge i nostri a dare tutto. La mischia e’ trascinante come ai bei tempi, i tre-quarti sono ottimi in difesa. In attacco, va beh, solita storia.

Ultimi venti minuti e’ un assalto di baionette. La prima linea umilia i tutti neri. Dall’uno al tre, per me il rugby si condensa qui. Chi non ha mai fatto venti macchine da mischia in prima linea, alle 21 e 44 di un venerdi’ sera di novembre, con gli altri a fare peso e battute del cazzo, non potra’ mai capire. Ma quello e’ il rugby.

Dall’uno al tre, quando vinci la battaglia di prima linea puoi anche prendere cinque mete ma esci dal campo sapendo di aver vinto. Dall’uno al tre, poi ci sono due seconde che ci puntellano e tre terze che si trombano le fidanzate degli altri. Il rugby finisce all’otto. Il mediano serve solo a ricordarci da che parte e’ lo spogliatoio, poi ci sono l’apertura splendida e malinconica e gli altri magri e fighetti che corrono e si prendono gli applausi. Questo era il mio rugby. Adesso sono superuomini, Mirko Bergamasco e’ spesso come un pilone e gioca ala.

Gli ultimi dieci minuti sono un assalto sulla linea, l’arbitro salva gli all blacks dall’infamia di una meta’ tecnica solare. Ma questo serve piu’ che altro alle statistiche.

Dopo la partita calano il buio e il freddo. Inizia il terzo tempo. Ci ritroviamo all’ippodromo a bere whisky con cinque ragazzi di Aukland vestiti con una muta da sub. Nei makischermi ci sono Bergamasco e il capitano degli all blacks che vendono magliette per beneficenza. Sono nella stanza qua sopra.

Usciamo sugli spalti del trotto, stanno per partire i cavalli. Una cadillac bianca cabrio li mette in fila. Tifiamo per il quattro, il fantino ha la panza di un pilone anni cinquanta e una blusa rossa fosforescente.

“dai dai”

“Emilio, Emilio!”
“Eh?”

“Spostati.”

C’e’ un pilone maori che mi bussa sulla spalla. Vuole passare con altri suoi compagni. Sono gli All Blacks.

Poi arrivano I fratelli Bergamasco. Non abbiamo penne per firmare.

“Mirko, era meta tennica diokan?” gli chiedo.

Non ascolto la risposta, il quattro sta per tagliare il traguardo da buon terz’ultimo.

E’ notte.

Al Meazza scoprono le line del pallone, tolgono le acca. Si ricorderanno di noi solo per una chiazza di erba scomparsa sulla linea di porta. Li, ad un metro dalla meta, li abbiamo fatti neri.

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4 risposte a “DALL’UNO AL TRE, ITALIA ALL BLACKS

  1. …..certo il secondo wihsky!

  2. e per la prima volta ho sentito la Bossi bestemmiare invocando una meta

  3. io segnalo

    http://rugby1823.blogosfere.it/2009/11/rugbyregole-irb-senza-vergogna-la-mischia-italiana-fallosa-e-antisportiva.html#more

    polemico

    e invidioso perchè non avevo i biglietti, ma orgoglioso di essermi schierato dalla parte del padredibruna

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