viaggi metropolitani


VIAGGI METROPOLITANI – 2 ORE E 17 SULLE MARTESANA
 
“E movite, e togliti sta giacca e cravatta der cazzo che dobbiamo parti’. Ringhia il cinghiale d’Orvieto.
Sono partito dal mio ufficio dorato sotto la madoninna alle 18 e 05 adducendo un impegno improrogabile, ho fatto slalom tra la folle corsa del bus84, due tassisti del 4040 e una decina di ypsilon nere lungo la circonvalla interna, sono riuscito ad evitare per un pelo una mamma con passeggino doppio di fronte al Parco Sushi e dodici leccesi in trasferta per il matrimonio del nipote ai giardini di Palestro.
Alle 18 e 17 l’orgogliosa poderosa ammaccata mi lascia in vondo a melchiorre gioia, dove inizia il naviglio della martesana.

Mi spoglio per strada, di fronte alla clio rossa del etiope di teglio Veneto – di grigio vestito come sempre.
Tolgo i mocassini, le calze gallo, l’abito scuro Corneliani, la cravatta blu elettrica Emporio Armani – rigorosamente stretta-  la camicia kalvinklein e spiegazzo a caso tutto nello zainetto*.
Metto i pantaloni mizuno e la maglietta della Treviso marathon 2008, la mia prima maratona – e unica sotto il muro delle quattro ore.
Al bar della Martesana – da inserire nella lista “io resto” – fanno l’aperitivo.
Il caporedattore Amerikano mi manda messaggini che potrebbero cambiare la mia vita professionale. Li ignorno.
“E movite….”
“Tieni piglia questa boccetta di pappa reale. Ti fa bene,” mi spiega il keniota padano.
Si parte a razzo.
Sopra il primo ponte scopriamo il fotoreporter della rivista Correre pronto a farci un book fotografico. C’insegue come se fossimo delle star sul redcarpet. Me ne accorgo troppo tardi, non faccio in tempo a tirare in dentro la panza.
Primo chilometro, ultimo sole alle spalle, vecchietti in passeggiata davanti.  Al ristorante Greco preparano i tavoli, al Ragu’ spillano una birra. Affollamento nel giardino di Mtv.
Carrozzina. “questa e’ della stokke, costa mille euri…” spiego.
“Allora rubiamola…”
“Non je la faro’ mai. Non mi potete far correre i lunghi de sera, dopo er lavoro…” protesta il cinghiale,
ma siamo gia’ oltre, oltre il panificio di viale padova, la chiesa e la sede degli apini.
Alla nostra sinistra la martesana e un paesaggio da Milano dell’Ottocento. Piccoli borghi antichi, ville fiorite, alberi di pesco.
Alla nostra destra una fila interminabili di auto in coda ci puntano in faccia i loro risentiti fari. Respiriamo scarichi di combustione diesel a pieni polmoni accanto ai peggiori palazzoni dell’edilizia popolare anni cinquanta, gigantografie di divi del Pallone che pubblicizzano rasoi, un distribure agip, un meccanico, le immancabili tende verde ospedale sui balconi.
Giriamo a sinsistra seguendo il fiume.
Una famiglia cinese pesca.
Campo rom, ponte sulla chiusa sul Lambro – inconfondibile profumo di varechina avariata – anche li un pescatore coraggioso.
Sottopasso sulla tangenziale, esci e sei a Cologno Monzese.
Prati verdi, gli studi mediaset, geranei sui balconi, l’acqua della martesana di colpo limpida. Ti aspetti di trovare piersilvio che spinge una carrozzina e iva zanicchi impegnata in una fellatio a davide mengaggi. Insomma dopo la tangenziale, il paradiso.

Settimo chilometro.
Ci sorpassa la linea verde della metropolitana. Pendolari che leggono, pendolari che dormono.
Il panorama s’ingentilisce, tornano ciclisti e donne che fanno jogging.
Cernusco, il campo da rugby dei derby col Cesano.
“Emilio siete zarri, gli avete spaccato un naso…” mi gridava il fighetto mediano di mischia avversario il 6 dicembre 2006, a meta’ del secondo tempo del derby delle tangenziali vinto, in trasferta, dal Cesano Boscone Rugby per 23 a 9. Non avevo mai vinta a Cernusco,  non sapevo che sarebbe stata la mia ultima partita nella scintillante serie c lombarda con la gloriosa maglia numero due sulla schiena.
10 chilometri.
“Non je la faro’ mai. Non mi potete far correre i lunghi de sera, dopo er lavoro…”
“quest l’abbiamo gia’ sentita.”
“Santuario di qualcosa, bel posto. Qui”.
“Non voglio tornare indietro, continuamo dritti…”
“Dai giriamo a gorgonzola,”
“ma sei matto.”
12 km – inversione di Marcia.
PAPPA REALE, LA PAPPA REALE!
“Non je la faro’ mai. Non mi potete far correre i lunghi de sera, dopo er lavoro…”
Il sole va a morire dietro i primi condomini di Milano.
In un Inter club di vimodrone, affacciato sull’altra sponda, si discute animatamente della campagna acquisti degli odiati cugini milanisti.
“Va beh, metti anche che finiamo sta cazzzo di maratona di Venezia. E’ DOPO?” s’interroga sul senso della vita l’etiope di Teglio.
“Cioe’ DOPO cosa facciamo?”
“Ma quando cazzo arriva sto campo rom?”
“Non je la faro’ mai. Non mi potete far correre i lunghi de sera, dopo er lavoro…”
Prima giunge il profumo del Lambro – che ti rimane nelle narici per settimane – poi la puzza di plastica bruciata, il fumo, le fiamme nei campi tra il fiume e la superstrada.
il ponte di ferro, il cancello, il campo rom che e’ quasi buio.
Accelleriamo che non si sa mai.
Crisi al diciannovesimo dopo lo scatto dei fifoni.
Attraverso col rosso il semaforo di Via Padova. una Ford Escort mi punta a tutta velocita’, mi manca per un niente.
Benedetta acqua gelata dalla fontana del sindaco.
I senza tetto si preparano alle notte sulle panchine, a mtv adesso fanno festa, luci accese lungo la martesana, al ristorante Greco e’ pronto l’agnello.
Meno due.
“non finisce piu’. Non finisce piu’.”
Meno uno
“Dai splendidi corridori nella notte, mangiatori di vagine, eroici condottieri del magnamona running club… stiamo per giungere alla fine delle nostre fatiche…” grido nel buio.
“Ma ti cosa cazzzo ti sei fatto???? A me la pappa reale non fa questi effetti.”
“Rallentiamo dai.”
“Io sciolgo.” Urla il cinghiale aumentando il passo con l’andatura di un toro imbufalito per le vie di Pamplona.
“e perche’ scatti?”
“No no, io scioglo dioghane, madonnnnnaputttana….”
“rallenta o ci fai morire…”
“IO VOGLIO MORIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII!”
“Bravi, bravi. E’ finita.”
“ma chi ce lo fa fare?”
“siamo masochisti.”
“il masochismo e’ chiederci chi ce lo fa fare…”
“C’e’ chi sta peggio…”
In effetti c’è un ragazzo sta saltando da solo la corda nel brevissimo spazio che separa due sottopassi della ferrovia, tra scritte di writers e merde di gatti.
2 ore 17 e qualcosa. 24 km
Non ho mai amato cosi’ tanto viale melchiorre gioia.
 
(* questa e’ licenza bloggetica. In realta’ sono in pantaloni beige, camper vecchie e camicia nera delle sorelle ramonda.)

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