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Piova o non piova? Aspettare la maratona di venexia e’ una prova massacrante:  controlla ogni dodici minuti le previsioni meteo sul web, scarta i siti pessimisti, fai una media degli ottimisti e prega.  Piova e anca aqua alta: Sentenziano i pacer allo stand della maratona. Il sabato e’ tutto un provare magliette, calzini e calzoni, attraversato da un dubbio amletico: canotta o maniche lunghe? Scelgo le maniche lunghe che mi snelliscono.

“Sei pvroprio una testa di cazzzo, non si e’ mai visto uno covrrere la mavratona con le maniche lunghe, stai facendo l’evrroore piu’ gvrande della tua vita,” sentenzia Pater Krugman alla dodicesima ora consecutiva di diretta del campionato provinciale di golf per odontoiatri della destra Piave su sky sport 23.

Pasta, streching, buona notte. Alla fine Bean ce la fa, il piacere non può aspettare mi finisce tra le mani riempendo la stanza di profumo di spezie colorate. Spengo. Abbraccio il cuscino e mi abbandono al sonno. 

Ore 0.45 il piccoloLord, figlio di mia sorella La Contessa, cerca attenzioni, tossisce, chiama. Mi alzo: “voglio la mamma” “non c’è ” “voglio la nonna” “dorme.” “Ci sono qua io. Fai le nanne. Vuoi un bicchier d’acqua?” “No, molte grazie Zio Emilio non ho bisogno di acqua, io voglio la mia mamma.” 

 Ore 2.22 torna la Signora K. da serata solo donne, banane e lamponi, chi c’era con te, chi c’era stasera? .Il tumulto sveglia la piccola K. che s’incazza e io con lei. Le due donne vanno a litigare sul divano accanto a Pater Krugman che russa sfinito dopo 22 ore di pat e doppi boogie.

Finalmente arriva mattina. Doccia, buio, freddo. Caffe’ nero, fette biscottate, macchina. Pater K. sfreccia per strade provinciali alla velocita’ di Alonso al Gp di Singapore. Banana, pioggia, pasticceria, caffe’, biscotto, merda, villa Pisani a Stra.

 Consegna sacche.Siamo assegnati alla quarta gabbia di partenza, quella dei casi umani. Gli atleti sono molto lontani, e non parlo solo degli etiopi con circonferenza giro vita pari a quella della mia caviglia, ma anche dei runners amatoriali degni di tale nome. Davanti a me c’è l’unico maratoneta piu’ basso del nano di Riccione – assente ingiustigificato – e un ragazzo con soli sette denti, sporgenti e a raggera, che non la smette di ridere dalle 7 e 51. Alla mia sinsitra sbuffa il cinghiale di Orvieto in piena crisi di panico.  Non riesce a rassicurarlo il keniota di Teglio Veneto, che ha messo su due chilli nelle ultime 48 ore esagerando con il carbo-loading e le porzioni di pasta. Alla mia destra un’anziana claudicante, con cappellino in testa di Battaglin al Giro 1981 e pettorale attaccato sul capezzolo destro: “se questa mi finisce davanti, giuro mi butto in laguna!” sentenzia – a sproposito – il keniota di Teglio. Dietro di noi Mr Logorrea: sei maglie a strati, passamontagna,  otto auricolari con cui continua a telefonare svegliando persone a caso della sua rubrica, due cappelli un para orecchi e ottimi consigli per i debuttanti di giornata: “ah, sei alla prima maratona: vedrai’, morirari presto!” grassie.

Bum, sparo. Si parte ed e’ un sollievo. Almeno ce lo togliamo dai coglioni. Polpacci duri, affanno, sudo come un maiale, aveva ragione quello stronzo di Pater Krugman, ci volevano le maniche corte. Il cinghiale di Orvieto ringhia. Il fiume scorre lento alla nostra destra, il plotone procede al passo, non sto affatto bene. “Vi racconto una storia…” provo ad alzare il morale della mia truppa, il magnamona running club. “In piazzale Dateo ci sono tre alberghi. Noi entriamo nell’Hotel Luisa,  scritta bianca su insegna verde, una stella, pareti grigie di smog di una piccola palazzina a due piani dimenticata in città nella follia urbanizzante degli anni cinquanta. Scendiamo qualche gradino e troviamo Ivano alla reception…” Poi devo smettere che se no svengo.

10 km e quarta pisciata nel Brenta. 14km, riprendo: “Ivano s’innamora di Regina, una splendida brasiliana di un metro e ottanta, una quarta di reggiseno, un bel naso dritto e un piccolo pene timido tra le gambe.” 15 km e un professore mi spiega che sto correndo a zig zag, ne ho gia’ percorsi quasi sedici.  17km “Ma Regina ama la matrigna di Ivano..” si, sono alla frutta.

A Mira porto la festa e’ grande. Roxanneeeeeeeeeeeeeeeeee you don’t have to… stona una banda e noi li amiamo. Il paese ci applaude mentre aspetta la messa. Ogni applauso ti toglie 5 secondi di fatica, ogni gruppo che suona ti regala un brivido di dieci secondi. Sbandieratori. Contenstatori dell’asfalto, NO ALLA ROMEA COMMERCIALE, ci assordando con le loro vuvuzela. Un ristoratore salta e scampana “bravi bravibravi…” “.

Pubblico, applausi, microfoni. “Di dove siete corridori?” “England, conegliano, Osterreich, Tre Baseleghe, Tolose, La Guizza, San Francisco, Lido, Sidney, Viorba…”

Malcontenta. Un papa’ porta nel seggiolino della bici una bimba inconfettata di rosa, corrono accanto alla mamma “maaaamaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa” grida la piccola disperata. Mi commuovo.

 Marghera, silenzio spettrale da post crisi. Scomparsi anche gli ultimi lavoratori. Restano scheletri d’industrie nei cimiteri degli operari uccisi dall’amianto. 20simo chilometro, primi crampi, sensazioni di merda. Mezza maratona, 1 e 58 come promesso agli altri. I palloncini delle quattro ore sono sempre davanti, ancora troppo lontani. Mi concentro: freddo, grigio, una gran voglia di castagne e barbera altro che corse e 5 min e 30 sec al km. Marghera centro, applausi, un po’ di musica. Il cinghiale d’Orviete al canto del cigno: “diokane strisciando ma io a sto punto in fondo c’arrivo di sicuro.” “Orsu’ lor signori, un po’ d’incoraggiamento. Qua si soffre,” chiedo al pubblico. Mi ascoltano. Primo manifesto di Bersani in maniche di camicia: “Bersani, alza il pugno Bersaniiiiiiiiiiiiiiiiiiii” grido.

25 km. Mestre. Sottopasso della stazione. Riemergiamo. Che fatica. Una ragazza con valigia fuksia sbuffa. Sento un tocco sul polpaccio. E’ il disperato tentativo di appiglio di un maratoneta che, alle mie spalle, sta rotolando a terra. Non mi fermo. Non c’è posto per l’altruismo in questa battaglia per la sopravvivenza. Il cinghiale d’orviete lo raccatta insanguinato. Ne paghera’ le conseguenze.

Piassa Fero e’ ancora dura. Ci passano in due, i classici volponi da gruppo sportivo in canotta e bandana che sembrano passeggiare dopo quasi tre ore di corsa. “Dai ragazzi che tra un po’ la maratona comincia.”  grazie al cazzo.

27km: superiamo il capo degli Amerikani a Roma. E’ cotto. Io no, anzi mi sento meglio. Sentirsi ancora vivi a questo punto e’ importante.

 “Mollo. Non je la fo'” Il cinghiale sbuffa ferito. “Dai non mollare, ti porto con me fino al parco dei trenta.” lo supplico. “no no no” m’implora. “Pubblico, un aiuto per il cinghiale che soffre….” Applausi, gli ultimi per lui. Mi giro, lo vedo scomparire nella corrente.

Manifesto di Bersani: alza il pugno Pierluigiiiiiiiiiiiiiii dio canaliaaaaaaaaaaaaaaaaa

Parco di San Giuliano. Famiglia K. senior: Pater, Mater, Piccolo Lord e Contessina innamorata del Cinghiale morente. Io sto bene, anche troppo bene. “Andiamo keniota di Teglio, vieni con me”. Aumento il passo. Incito gli altri. “Andiamo, andiamo. Venezia e’ la in fondo. Andiamo a riprenderci questa cazzo di citta’. Buttiamo Zaia nel canal!”

31 km. I Kiss, quelli veri, in formazione completa suonano e cantano all’uscita del parco di San Giuliano. Faccio il coro. Incrocio un sessantenne di Caserta, “ne ho sessanta, è la mia prima.” “Allora vieni con me, compagno!” “No vai vai, compagno sarai tu!”

Cavalcavia maledetto verso il ponte della liberta’, bastardo.

32 km. Il keniota di Teglio non c’e’ piu’. Sono solo. Ho freddo. Non mollare Emilio, mi ripeto. “Corri Krugman corri” ha scritto nella notte il famoso pariolino di porta romana. E io corro. E’ come un parto, mi hanno detto, e rivedo le spinte della K. alle quattro del mattino , sento le sue lancinanti grida mentre la piccola K. non aveva ancora voglia di lasciare il grembo materno.

 33 km. “dai non ti fermare,” incito il mio vicino. Mi segue e molla un chilometro dopo.

34 km. Ponte, ponte, ponte. Venezia sempre là in fondo, sotto a una coltre grigia di nuvole minacciose. Sempre altezzosa, lontana e inospitale per noi campagne de viorba.

35 km. Ecco la crisi. Ti aspetto troia. Ma non mi avrai, Non mollo. Non mollo puttttana. Questa volta non mi avrai nel tuo ventre, nessuna piacevole disfatta, basta sconfitte con l’onore delle armi, mi sono rotto i coglioni di perdere col sorriso. Troia schifosa e maledetta. Alza la testa krugman, fuori i coglioni, noi nun mullemo mai. Mi serve la musica. Accendo a caso. L’estate sta finendo papapapoapapaparaaaaaaaaaaaaaaaaaaa. Coda di machine sul ponte, finalmente un po’ di sano profumo di smog che mi fa sentire a casa. Mi raggiunge il 60enne di Caserta: Ue’ cumpa? mi fa. Eh no casso, scatto!

Nella tua citta’ c’e’ una gran bel clima a Milano nooooooo

37 km. Maledetto Mussolini, dovevi lasciarla un’isola. 38 km il ponte sta finendo e un anno se ne va, sto diventando grande. Lo sai che non mi va! Diluvio, di colpo, inatteso. Mi sbeffeggia la pioggia, uno schiaffo in pieno volto. Barcollo ma non rallento. Corriamo nelle retrovie della citta’, dietro le quinte della cartolina. Asfalto nero, fresco. Piove e parte Cohiba e io grido.

39 km “venceremosssssssssssssssssss comandante eeeeeeeeeeeeee o vittoria o muerte!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!”  Supero con  un pugno alzato, chissà poi verso cosa, la gente mi sorride come si fa ai matti. “o victoria o muerte,” rantolo con la voce che si fa roca, piangendo, godendo e morendo nello stesso istante.

 Meno 14 ponti, Scatto sul primo siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii Segni d’acqua alta sui lastroni delle zattere, rischio di finire in laguna, morti  che si trascinao sui ponti, sono perfettamente in media, rallento.

40 km Mi prendo il lusso di chiamre la K. “Arrivo tra dieci minuti. Dove siete?” “Stiamo arrivando” E’ la sua solita bugia.

“Persi per persi ‘ndemo consolarse…” Ponte di barche sul canal grande Ohi ndemo vedere I pinfloiiiiiiiiiii Ohi “dai ghe xe finia” m’incita un vigile. Ponte dei sospiri.. “daiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii”

Meno cinque scatto, sento un crampo alla coscia,

 “supernatural superseriousssssssssssssssssssssssssssssssss” Tre, due, uno.

Pioggia, lacrime, folla ai lati,  e ska e ballo e corro e sembro un piccolo ippopotamo con una maglia lungha attillata che saltella perchè si crede una libellula. I calzetti al ginocchio, il cappellino bianco, i pantaloni corti attillati. Sembro uno scolaretto giapponese sovrappeso a lezione di ginnastica mentre alzo le braccia al cielo e cerco tra la folla la K. e la piccola K ma non ci sono e mi rassengo a godermela da solo, tutta mia, venexia.  Faremo dei rave sull’enterprice , faro’ rifare l’asflato per quando torneraiiiiiiiiiiiiii.  

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Ndr: Davanti a me si sta già gustando il pacco gara un’anziana claudicante con cappellino in testa e pettorale attaccato sul capezzolo destro. Il Keniota di teglio arriverà qualche minuto dopo con un orribile mantellina rossa di plastica a coprire la sua sgargiante maglia arancione. Il cinghiale d’orvieto giunge dopo una ventina di minuti, stravolto dai crampi e spazientito dai capelli scompigliati, crolla sul traguardo come un maratoneta sfinito che si rispetti, togliendo dieci anni di vita alla povera muliera.

Fine.

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3 risposte a “3 56 59

  1. Vai Emilio! Ricordami che ti offro da bere la prossima volta che ci becchiamo!

  2. Fiorentino ex Nizzardo

    Grande. Bravo. Con questo racconto ho anche rivissuto quella dell’anno scorso e mi hai fatto venire voglia di rifarla l’anno prossimo

  3. Ma non era venceremos adelante o victoria o muerte….be chissenefrega!
    Mai fatto ridere. Grande Tomaso.

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