CHATEAU CESSO CHIMICO


Tre eleganti separe’ montati su graziosi blocchi di cemento interrompono un abbozzo di via pedonale, separano fisicamente il lusso a cinque stelle dagli scatarroni al sapore di vino rosso in cartone, la merda nel cesso chimico dalla body-lotion-organic ai profumi del Mediterraneo.
Il piccolo-grande muro della Milano, mia e di Giuliano, divide fisicamente il brand new Chateau — con il suo ristorante fusion e la SPA esclusiva di prossima apertura — dalla mensa dell’opera San Francesco, due mila pasti caldi al giorno ai reietti della citta’.
“Deratizzazione” scritto in nero su sfondo giallo nell’aiuola che delimita il confine. Un barbone spezza il pane per i piccioni. Dall’altra parte, il cuoco stellato con l’alto cappello bianco immacolato aspetta, al primo sole di febbraio, i clienti del pranzo.
La coloninna del PM10 del Verziere segna un romantico record a 220, ci riporta al bianco e nero del triangolo industriale.

Respiro a pieni polmoni, scatto sui pedali.
Il fiorista non accetta il bancomat.

L’area C accoglie il telepass.

Nota a margine: Tra gli ultimi concerti che son riuscito a perdere. Dopo Vasco (Brondi) due volte — ma una e’ colpa sua — annovero l’Officina della Camomilla:

http://www.youtube.com/watch?v=zTl2qk4SsxM&feature=related

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