ROMANZO: SCATOLE DI CARTONE

SCATOLE DI CARTONE – ‘STI KAZZI di Emilio R. Krugman

Emilio Krugman scrive perche’ non riesce a farne a meno. Ha un’indefinita eta’ di mezzo, barcolla a cavallo di quella sottile linea d’ombra che ne’ lui ne’ i suoi personaggi hanno intenzione di varcare per sempre. Cinici e disincantati trentenni, fuggono dal mondo che dovrebbero cavalcare per rinchiudersi nelle loro famiglie allargate di amori, amici, animali domestici e ciclomotori elaborati degli anni ’80 . La sua e’ una generazione che ha perso, in partenza: Non avra’ mai un lavoro stabile, un dio, un ideale. Non spera in un mondo migliore, ne’ ha intenzione di mettersi a cambiare quello che ha trovato. Emilio ha dovuto mettere la sua vita degli ultimi dieci anni in una scatola di cartone – come quelli di Wall Street che si vedono alla tv – ma, in Viale Abruzzi, non ha trovato alcun cameraman ad riprenderlo. Ama la pasta per pizza, divora romanzi, scarica illegalmente decine di film e si commouove al ricordo del profumo della nebbia sul campo fangoso della Tarvisium.  All’asilo di Fontane la sua maestra si chiamava Suor Adeliana.  Sti Kazzi e’ il suo secondo romanzo, il primo l’hanno letto in sette.   
 
Ecco l’incipit:

EMILIO KRUGMAN (1) –  

La zona industriale di Fontane è veramente un posto di merda. Via dell’Artigianato 19, non avremmo potuto scegliere indirizzo peggiore per vivere ma questa casa è grande, costa poco, finestre immense ti mostrano dove finisce la pianura e il bagno è dotato di vasca.

Mi sono svegliato male, malissimo. So di catarro, fumo tagliato con lucido da scarpe e dentifricio sbiancante. Ma non me ne frega un cazzo, di niente, di nessuno. Anzi, non ce ne frega un cazzo, ci bastano le nostre cose: la birra fatta in casa con i lieviti e la carburazione del Vespone alla Bestia, la maria che germoglia ogni due mesi e l’andamento del titolo StMicro al Chino, il sesso a laVani -che nome del cazzo laVani- e la ricerca dell’inquadratura giusta a Marcocolli. Il resto l’abbiamo lasciato fuori, che non ne vale la pena. Alla Kikka non siamo mai bastati neanche noi.

Voglio un caffè lunghissimo e brodoso. Tazze pulite non ne trovo. Nel pentolino rosso una bustina di Earlgray galleggia dal tardo pomeriggio di ieri. È  lunedì. La casa è  deserta. Sono l’unico della casa che non lavora, per qualche mese ancora me lo posso permettere. Il calendario dell’ottica Easylight di Spresiano, aperta anche la domenica mattina, segnala che oggi è il venticinque di ottobre. Tra due mesi è Natale. Non cerchero’ un’occupazine almeno fino alla prossima estate.

Sono stato impiegato costantemente per gli ultimi dieci anni. Mi sono sempre comportato da lavoratore indefesso, entusiasta, leale e etico, sì anche etico. Ero convinto che impegno e dedizione mi avrebbero garantito un’adeguata ricompensa: una carriera in ascesa, un lauto stipendio e il rispetto da parte dei Boss della Company.

Povero illuso coglione. Mi hanno trattato come tutti gli altri, un insignificante numero sul bilancio da depennare, un costo da tagliare, non una persona vera, una vita. Le giovani manager delle human resources, basate a Dublino, hanno eliminato senza alcuna pietà il mio nome dall’elenco dei dipendenti europei, cancellato con una mail formale questo “ridondante collaboratore” da salutare in cinque minuti, giusto il tempo di una conference call di circostanza e “tanti ringraziamenti per il prezioso lavoro svolto e la professionalità dimostrata”.

Non ho contestato la condanna a morte, bestemmiato, insultato i becchini anglosassoni. Ho riempito di ricordi una scatola di cartone e sono fuggito nel mio scarso metro e settanta dalla città degli affari. Invece di aprire una trattoria sul porto di Kastellorizo, come sogno da sempre, ho portato la mia pancetta del benessere in vacanza nel paese dove sono cresciuto, nel Nord-Est del Nord-Est, a Fontane di Villorba, subito fuori Treviso.

Tornare per qualche settimana nella cameretta dell’infanzia, con le stesse lenzuola a fiori e la foto della squadra esordienti 1986 del US Fontane sopra il letto in trucciolato chiaro, è come fare un viaggio nel tempo. Mi sento addosso la stessa inadeguatezza dei miei tredic’anni quando mi sono iscritto al fighetto Liceo Vescovile del capoluogo di provincia dopo aver brillantemente superato l’esame di terza media alla Scuola Media Manzoni di Villorba.  Ma non siamo più nel 1989: Roberto Baggio è ingrassato di venticinque chili e passa la vita a sparare alle oche in Argentina, Gianni Bugno pilota gli elicotteri che sorvolano il Giro d’Italia e Arnaldo Forlani è morto. Io, invece, ho ancora un buon pezzo di vita davanti e molti meno sogni.

Fuori piove, poco. Ancora. Potrei anche lavarli tutti questi piatti. Dopo il caffè. Sciacquo il pentolino che rimane macchiato dell’alone del Tè. Prendo la tazza di Marcololli, quella rossonera del Milan che ogni volta che la alzi suona Milan-Milan-sempre-con-teeeeeee.

L’acqua bolle. Nescafe’ amaro, sempre troppo caldo. Aspetto. In casa sento solo silenzio. Apro due finestre per far circolare aria fresca. Una è in cucina, alla sinistra del lavabo. Dà sul piazzale dell’ingrosso cartoleria della SignoraVisentin. Al momento ci sono quattro macchine parcheggiate: una vecchia punto verde bottiglia con il paraurti nero ammaccato, una golf turbodiesel argento, una Kà rossa e l’Audi A6 nera del figlio della SignoraVisentin, il merda. Legata al palo della luce si arrugginisce la bici della Kikka: l’ha rubata, dipinta e decorata di decoupage floreali con l’aiuto del suo Chino, in uno dei rari momenti di pace della loro storiaccia da Pomeriggio Cinque. Odio Barbara D’urso.

Nevica! Neviiicaaa!  Mi piacerebbe gridare nevica! e uscire a piedi scalzi sul balcone a raccogliere lo strato di neve che si è appoggiato sulla ringhiera. Assaggiarla e scoprire che sa di plastica, che mangiare quella neve è come leccare lo strato rosso di poliuretano che ricopre il ballatoio. Ammirare Via dell’Artigianato imbiancata e due bimbi cinesi uscire furtivi dal magazzino sulla rotonda, per vedere la prima neve della loro vita. Ma ci sono 13 gradi ed è molto difficile che questa pioggierella-senza-senso diventi neve, e la pioggierella-senza-senso non fa uscire i bimbi cinesi dai loro laboratori al neon perché l’hanno già vista, e hanno già visto anche la nebbia.

Sabato notte era un banco impenetrabile. Da questa finestra si vedeva al massimo fino al secondo lampione, quello prima della “Neworld, insegne luminose”. La luce arancione dei fari si spegneva prima di toccare terra ingoiata da milioni di gocce di umidità. Sono rimasto qui fuori fino a che non mi sono praticamente addormentato, sabato notte. Ho fumato una sigaretta dopo l’altra, seduto sul terrazzino. 9 Malborolait in due ore. Guardavo la nebbia e stavo bene. L’annusavo, la respiravo, la mangiavo. Ero arrivato a casa per primo, alle 3 e 22, pieno di Havanini da digerire, rutti che diventavano rigurgiti e si spegnevano in un modesto conato di vomito. Marlborolait dopo Malboroait, i flati termine che thesaurus mi da come sinonimo di rutti – sono diventati vigorosi e sonanti, riecheggiavano nel nulla dei capannoni e mi sentivo meglio. Man mano che la notte si dimenticava di me, scivolando nelle viscere con il Rhum, il mondo diventava più sopportabile, meno complicato, meno stronzo.

Sono passate una trentina di ore da quei rutti. Ho finito il Nescafè, gli ultimi sorsi al solito freddi e ripugnanti ma devo arrivare in fondo, sempre. Attraverso il salone delle feste per andare ad aprire uno dei cinque finestroni che compongo la parete di fronte. I campi di radicchio coperti dalla plastica nera si fondono con le lamiere dei capannoni decrepiti.

Questa è una zona industriale vecchia, a Milano la chiamerebbero vintage. È  una di quelle nate a fine anni ’70, inizio ’80. Il Nord Est non era ancora miracolo ma s’iniziavano a far gli schei. I comuni pagavano luce e acqua se tra i campi mettevi su una ditta.

Per noi, che andavamo a dottrina da Don Gino, questo reticolo di nuove vie sorte in mezzo al nulla, troppo lontane dalla sagrestia per le nostre Bmx, rappresentava un eldorado irraggiungibile. Solo i ragazzi grandi, che giravano in due sul Ciao blu, miscela al 2%, si spingevano fino ai capannoni nuovi. Tornavano con racconti di luoghi magici: l’ingrosso dei giocattoli Gig, che si potevano vincere rispondendo al quiz dell’ Uomotigre su Tele Padova, e lo spaccio della Pop84 dove era facile perdersi tra file interminabili di giacche jeans col pelo e felpe colorate con i nomi di sconosciute città americane.

Driiiiiin driiiiiiiiiin. Suona il telefono fisso, ce l’abbiamo da sei giorni, da quando il Chino si è fatto installare Fastweb. Non so il nostro numero e nemmeno dove sia l’apparecchio telefonico, suppongo in camera sua, la sola che si apre sulla sinistra del corridoio, l’unica con il balconcino vista ingrosso della SignoraVisentin. Ogni tanto suona, molto spesso il Chino non c’è. Se non sta correndo per quello che resta dei campi, è in piccionaia a coltivare la sua SuperSkank.

Potrei anche andare a rispondere, è una vita che non entro in camera sua. Ci si arriva dalla seconda uscita del salone, quella dietro al divano verde bottiglia. Ammiro con orgoglio le due mega casse che abbiamo comprato di seconda mano dal Pub Millennium di Postioma, Il nostro karaoke di fiducia dei primi anni Novanta. La Bestia ci ha vinto una coppa del venerdì nel ’93 con la sua performance di “sai come vedi, io sto ancora in piedi, come se questo tempo non fosse passato maiiii”.  Ha chiuso l’hanno scorso, al suo posto hanno aperto un erboristeria biologica con centro massaggi Thai. Nell’angolo svacco la puzza di mozzicone è insopportabile. Il portacenere giallo trabocca di Diana-blu e filtrini. Va svuotato.

Il telefono continua a squillare mentre apro la porta della camera. Non lo vedo. Sarà sotto qualche indumento o nascosto tra il materasso e il piumone, quel terone del Chino dorme con il piumone almeno dieci mesi l’anno. Nella stanza il caos è totale, ne è escluso un tavolino tipo scuola elementare, anzi è proprio un banco della vecchia scuola primaria di Villorba con il buco per il calamaio e il bordo di plastica nera. Su questo prezioso pezzo di modernariato brilla un nuovissimo portatile argentato Vaio Sony. L’ha comprato la scorsa settimana, lo stesso giorno in cui non ha saldato la sua quota di spese condominiali, adducendo imprevisti problemi di liquidità. Stronzo.

Il telefono ha smesso di suonare, camera mia è così vicina che non resisto: entro tra le pareti gialle che ho dipinto usando i rulli dello Zio, mi tuffo su accondiscendenti lenzuola svedesi a bolli rossi e blu, tolgo gli occhiali, guardo in alto il soffitto sfuocato. Metto la testa sotto al cuscino. Chiudo gli occhi e mi abbandono ai sogni deliranti del pomeriggio..

Il vecchio cinema parocchiale - poi palestra - di Fontane. fotoEK

Il vecchio cinema parocchiale - poi palestra - di Fontane. fotoEK

   – Se ne volete leggere di piu’:

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=345146

 

8 risposte a “ROMANZO: SCATOLE DI CARTONE

  1. ce la puoi fare…

  2. ho letto di peggio…
    me lo mandi?

  3. mandi? grazie

  4. lo voglio!

  5. ve lo mando pin up ma dopo aver completato la terza riscrittura. ek

  6. mi manca il tuo libro…… come stanno la kikka marcololli ecc……. ????? ne vorrei una copia autografata grazie

  7. L’incipit sembra interessante: sopratutto vorrei saperne di più della Bestia…

    Comunque l’ho già scippato dalla chiavetta, alla faccia del copyright!

  8. Ma non era «di questi cazzo di anni zero»?

    Anch’io voglio una copia, ma del primo. Cosí facciamo otto, che è piú tondo.

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