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CHATEAU CESSO CHIMICO

Tre eleganti separe’ montati su graziosi blocchi di cemento interrompono un abbozzo di via pedonale, separano fisicamente il lusso a cinque stelle dagli scatarroni al sapore di vino rosso in cartone, la merda nel cesso chimico dalla body-lotion-organic ai profumi del Mediterraneo.
Il piccolo-grande muro della Milano, mia e di Giuliano, divide fisicamente il brand new Chateau — con il suo ristorante fusion e la SPA esclusiva di prossima apertura — dalla mensa dell’opera San Francesco, due mila pasti caldi al giorno ai reietti della citta’.
“Deratizzazione” scritto in nero su sfondo giallo nell’aiuola che delimita il confine. Un barbone spezza il pane per i piccioni. Dall’altra parte, il cuoco stellato con l’alto cappello bianco immacolato aspetta, al primo sole di febbraio, i clienti del pranzo.
La coloninna del PM10 del Verziere segna un romantico record a 220, ci riporta al bianco e nero del triangolo industriale.

Respiro a pieni polmoni, scatto sui pedali.
Il fiorista non accetta il bancomat.

L’area C accoglie il telepass.

Nota a margine: Tra gli ultimi concerti che son riuscito a perdere. Dopo Vasco (Brondi) due volte — ma una e’ colpa sua — annovero l’Officina della Camomilla:

http://www.youtube.com/watch?v=zTl2qk4SsxM&feature=related

CHE IL PAVE’ TI SIA LIEVE

9 e 43
Monto in sella, le gomme finalmente gonfie, i tre lucchetti di cui ho perso la chiavi attorcigliati attorno al telaio, i primi segni del tempo sulla luccicante livrea nera, un volantino dell’euronics nel portapacchi.
Il 73 express per Linate  – che corre vuoto avanti-indre’ senza soste tra San babila e Forlanini – tenta di stirarmi come ogni mattina, non ci riesce. Il semaforo e’ quasi verde. L’anticipo alzandomi su pedali, vai Pantani vai. In corso Indipendenza asfalto per bimbi a coprire il verde riconquistato.
Laura chiatti me la voleva dare ma io dovevo lavorare lavorare.
Il signor Fibra ringhia nell’unico auricolare funzionante.
Papparapapappero rispondo a voce alta  mentre l’olezzo del cesso chimico mi ricorda che sono sul marciapiede di fronte alla mensa della Misericordia.
Slalom speciale tra i derelitti della mattina, alle prese con i primi cartoni di vino, e le magre gambe lunghe delle aspiranti modelle della Bielorussia.
Intasato corso Monforte, curva a novanta di fronte al Conservatorio, che basta passare di li per sentirsi meglio. Scatto davanti a Bastianello, profumo di paste fresche,  corsia dei tassisti. Semaforo di Sanbabila, lo anticipa anche una scuterista. Ahia, mi ha sfondato un dito col freno.
“scusa cazzo scusa…”
“E ma guardate che era rosso per entrambi!” spiega, nel frattempo, il solito impiccione. Ma io sono gia’ oltre. Dieci pedalate dentro Corso Vittorio Emanuele che alza le saracinesche, merda sono in ritardo. Zigzag tra le prime borsette di Zara e le tartarughe addominali sui sacchetti di abercombrie&fitch  – devo ricordarmi d’inserirne i clienti nella lista delle persone a cui interdire il voto -.
Giro a sinistra nell’ultima via prima della Madunina. Vigili e Carabinieri a far colazione al bar, palo verde della luce. Lucchetto. Swipe. Ding. Ufficio.
Schermi, titoli, il solito pezzo da finire, caffe’, pipi’, caffe’, pipi, autoerotismo, pausa pranzo.
Al palo verde manche qualcosa. Il lucchetto e’ li. La bici, invece, ha deciso di pedalare da sola. Addio, che il pave’ ti sia lieve*
* Istat: 3a bicicletta dall’alto valore sentimentale rubata a Emilio Krugman sotto la Madunina. Si sospetta, nell’ordine: la signora Minuta, il nano di riccione, il mago Otelma, Marrachech, Laura Chiatti e Bobo il Peluche.

LAMPI E TONI, SPISSA AI COIONI

Basta, grido nel vuoto di via Stoppani, la giacca jeans stonfa, la bici che arranca in mezzo alla strada. Non mi fermo, sti kazzi che mi metto la kway. Basta! grido e due Ghisa con l’elmetto bianco mi guardano perplessi, mentre mettono una multa ad un Classe A parcheggiata dentro una pasticceria.

C’è chi dà la colpa al vulcano islandese, chi se la prende con una profezia azteca, chi con i preti pedofili e il Trota in consiglio regionale. Io credo che tutto questo diluviare, su Milano e sui mercati finanziari, sia conseguenza di un’evitabile entropia, la stessa che mi fa perdere un calzino a righe a settimana – lasciando un vedovo disperato nascosto nel primo cassetto della nostra cabina armadi mai completata – e che mi fa abbandonare le scarpe in qualsiasi angolo della casa, ad eccezione della deputata scaripiera Billit , scatendando le ire funeste della Signora K.

Nel frattempo a Milano ha aperto la terza Ikea, ancor piu’ vicino a casa. Da buon maschio mezzo-svedese, dotato d’istinto di sopravvivenza, ho vietato alla signora K. una visita ispettiva nel nuovo mega store di quello stronzo di Ingvar Kamprad che se avesse deciso di fare il postino non avrei un lettino da montare in una scatola di cartone da due settimane. E paga le tasse a Stoccolma, barbone! che Mater e sorelle K. hanno lavorato gratis per te solo per spirito patriottico da Chotbollar!!

Lampi e toni, spissa ai coioni – proverbio veneto