7 e 28 Sono in coda da sei minuti alla biglietteria automatica quando un Italiano mi grida sulle palpebre, “Oggi per noi e’ gratis tutto, meno la fatica”
7 e 31. In piedi, il sacchetto di plastica Berlin Marathon tra le dita. Accanto due morosi che corrono assieme e si tengono la mano. Uno scozzese con la maglia da rugby sopra alla canotta con il pettorale. Due sue amiche con le tette grosse e le spalle scoperte. Una giapponese magra e seria mangia barrette di glucosio. Uno di Berlino si fa i cazzi suoi. Musica a caso nelle orecchie.
Un vagone pieno di maratoneti, una metropolitata stracolma di corridori, Postdamer Platz invasa da questo esercito di folli. “No pain no glory.” Va bene, ma perche’ mi commuovo fino alle lacrime alle 7 e 32 del mattino alla fermata di Stadsmitte mentre Brunori Sas canta come se nulla fosse “guardia 82″?
Sara’ per il mezzo pollo, il migliore della mia vita, il pure’ e la birra di ieri sera, perfetta cena pre-maratona per uno che applica il training program “Charles Bukoskwy”.
“Ehi mister non ti preoccupare, non la vinciamo di sicuro,” mi ha assicurato il Nano di Riccione prima di dileguarsi nella tiepida notte berlinese.
“Muori, muori…” la piccola K ha imparato alla perfezione come incitarlo durante la gara.
Quaranta mila runners, i brasiliani che ballano e cantano come pazzi, prima di partire. Una culetto perfetto di una messicana che sembra uscita dall’hotel per un giro di shopping compulsivo: fuso’, orecchini pendenti, fularino e occhiali da sole rosa shocking. Lo seguo per sette chilometri senza sapere come si scrive fuso’.
Il nano corre sempre un metro dietro, io provo a tenere il ritmo. Cerco di non chiedermi se tutto cio’ abbia un senso. Corro e basta.
Berlino ci accoglie entusiasta, vecchietti che suonano jazz, ragazzi strafatti in after hours ci esaltano con tecno assordante, vecchie hippie con i capelli bianchi ballano sul balcone. Giovani mamme con il sorriso di chi ha trovato un senso e padri inebetiti dalla gioia di un fagotto tra le braccia.
“Giuliano, quanto vorrei che trasformassi Mailand in Berlino: una citta’ aperta, accogliente, dove ognuno si possa sentire a casa”
Corro e mi chiedo da dove cazzo spuntino tutti questi danesi. Sono ovunque, davanti, dietro, ai lati della strada. Bandiere bianche e rosse.
Venezuelani che corrono in gruppo alla mezza maratona.
Il nano e’ scomparso, se muore mi chiamano, ha messo il mio nome come emergency contact.
25 km e penso solo che magari ai trenta mi prendo un’aspirina.
“BEER = -17 KM” leggo e annuisco.
Un cartello luminoso ci spiega che un tizio ha appena battuto il record del mondo, 2 ore e 03. Un’altra storia, poco centra con il nostro soffrire, ondeggiare, vedere il baratro e il paradiso nell’arco di cento metri.
27simo chilometro, ancora bandiere danesi, tedesche, un paio di spagnoli “espana espana”, messicani, gay e lesbo, due svedesi, anche un’ All-black. Gli italiani no, neanche uno. Va beh che non c’e’ molto da essere orgogliosi ad essere italiani in questo periodo, ma dico almeno una morosa con il tricolore per il fidanzato?
29simo km, sta fissa dell’Italia non mi passa e allora con il cuore che scoppia, il fiatone e un dolore crescente alla palla destra, inzio ad stonare viva l’Italia.
L’italia liberata, l’italia del valzer e l’italia del caffe’ …L’italia derubata e colpita al cuore, Viva l’italia, l’italia che non muore….
32, 33, 34 km. Trovo una ragazza di L’Aquila. “Noi non mullemo mai.”
35 km sono in pieno Up: canto, ballo, batto il cinque a tutta Berlino, aumento il passo. Non potrei fare altro che correre e guardare l’azzurro del cielo sopra Alexander Platz.
“No pain, No glory,” Canaglia il Signore se e’ vero.
37, 38 e’ di nuovo Postdamer Platz.
“Giuliano abbiamo bisogno di parchi, di verde, di alberi, di gente che si sbatta, di altalene, di meno machine.”
Lacrime e sudore, questa mica e’ una corsa, e’ un viaggio nelle budella, tra fobie e desideri incofessabili. E’ strafarsi di emozioni, e’ godere e morire, andare un passo oltre alla scoperta di se. Non e’ mica sport, e’ trainspotting.
39 e penso solo che al 40 chiamo le K. per dirgli che sto arrivando.
39 e 200 metri e il mio fisico dice basta, un crampo, una fucilata nella coscia. Lo so che non mi posso fermare, che non mi arrendero’ mai. Che pittosto muoio qui, adesso, e vivo per sempre. Che ci sono quattro occhi marroni ad aspettarmi dopo la porta di Brandeburgo, “ich bin ein Berliner”.
Rallento, barcollo ma non crollo. Mi fermo per un attimo, cammino, riparto, un passo dopo l’altro. Devo solo mettere questo piede davanti all’altro, trovare una musica che mi dopi un altro po’. Parte la playlist della piccola K. Io, Pinocchio, la Pimpa e Jovanotti piangiamo e gridiamo e ormai siamo in fondo a Unter den linden.
YOU ARE ALL HEROES ci scrivono quando manca meno di un chilometro, e lo sappiamo tutti che e’ vero, anche sto coglione che mi corre affianco vestito da Elvis Presley.
Passo le K. lascio il cappellino sudato da quasi quattro ore di fatica sulla testa della piccola.
“Che schifo, e’ bagnato!” risponde sua madre
42,
195 metri.
E’ finita.
E gia’ la nostalgia mi assale.
A Berlino, ballano il tango.
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